Crisi: con Pernigotti turca, all’estero marchi per 10 miliardi

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Roma, 11 luglio 2013

 

Con il cambiamento di proprietà garantire l’approvvigionamento di nocciole italiane

Con la vendita di Pernigotti sale ad oltre 10 miliardi il valore dei marchi storici dell’agroalimentare italiano passati in mani straniere dall’inizio della crisi che ha favorito una escalation nelle operazioni di acquisizione del Made in Italy agroalimentare. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare la decisione della societa Averna di cedere l’intero capitale dell’azienda piemontese detentrice dello storico marchio dei dolci al  gruppo Toksoz  in Turchia che è il maggior produttore mondiale di nocciole. C’ è da augurarsi che il cambiamento di proprietà non significhi – sottolinea la Coldiretti – lo spostamento delle fonti di approvvigionamento della materia prima importante come le nocciole a danno dei coltivatori  italiani e piemontesi che offrono un prodotto di piu’ alti standard qualitativi. Il passaggio di proprietà – precisa la Coldiretti – ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione.

L’operazione Pernigotti segue da vicino l’acquisizione da parte della multinazionale del lusso LVMH di una partecipazione di maggioranza nel capitale sociale della Pasticceria Confetteria Cova proprietaria della societa’ Cova Montenapoleone Srl, che gestisce la nota pasticceria milanese, mentre l’ultimo colpo nelle campagne toscane è stato messo a segno – sottolinea la Coldiretti – da un imprenditore cinese della farmaceutica di Hong Kong, che ha acquistato per la prima volta un’azienda vitivinicola agricola nel Chianti, terra simbolo della Toscana per la produzione di vino: l’azienda agricola Casanova – La Ripintura, a Greve in Chianti, nel cuore della Docg del Gallo Nero. Nel 2013 – continua la Coldiretti – si è verificato il passaggio di mano del 25 per cento della proprietà del  riso Scotti ceduto dalla famiglia pavese al colosso industriale spagnolo Ebro Foods.
Nel 2012 la Princes Limited (Princes), una controllata dalla Giapponese Mitsubishi, ha siglato un contratto con AR Industrie Alimentari SpA (ARIA), leader italiana nella produzione di pelati, per creare una nuova società denominata “Princes Industrie Alimentari SrL” (PIA), controllata al 51 per cento dalla Princes, mentre il marchio Star passa definitivamente in mano spagnola con il gruppo Agrolimen che ha aumentato la propria partecipazione in Gallina Blanca Star al 75 per cento. Infine, è volata in Inghilterra la Eskigel che produce  gelati in vaschetta per la grande distribuzione (Panorama, Pam, Carrefour, Auchan, Conad, Coop).

Nel 2011 la società Gancia, casa storica per la produzione di spumante, è divenuta di proprietà per il 70 per cento dell’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard; la francese Lactalis è stata, invece protagonista – sottolinea la Coldiretti – dell’operazione che ha portato la Parmalat a finire sotto controllo transalpino; il 49 per cento di Eridania Italia Spa operante nello zucchero è stato acquisito dalla francese Cristalalco Sas e la Fiorucci salumi è passata alla spagnola Campofrio Food Group, la quale ha ora in corso una ristrutturazione degli impianti di lavorazione a Pomezia che sta mettendo a rischio numerosi posti di lavoro.

Nel 2010 il 27 per cento del gruppo lattiero caseario Ferrari Giovanni Industria Casearia S.p.A fondata nel 1823 che vende tra l’altro Parmigiano Reggiano e Grana Padano è stato acquisito dalla francese Bongrain Europe Sas e la Boschetti Alimentare Spa, che produce confetture dal 1981, è diventata di proprietà della francese Financière Lubersac che ne detiene il 95 per cento.

L’anno precedente, nel 2009 – prosegue la Coldiretti -, è iniziata la cessione di quote della Del Verde industrie alimentari spa che è divenuta di proprietà della spagnola Molinos Delplata Sl, la quale fa parte del gruppo argentino Molinos Rio de la Plata. Nel 2008 la Bertolli era stata venduta all’Unilever per poi essere acquisita dal gruppo spagnolo SOS, è iniziata la cessione di Rigamonti salumificio spa, divenuta di proprietà dei brasiliani attraverso la società olandese Hitaholb International, mentre la Orzo Bimbo è stata acquisita dalla francese Nutrition&Santè S.A. del gruppo Novartis. Lo stesso anno è stata ceduta anche Italpizza, l’azienda modenese che produce pizza e snack surgelati, all’inglese Bakkavor acquisitions limited.

Con l’inizio della crisi – informa la Coldiretti – si è dunque verificata una accelerazione nel processo di cessione dei marchi storici del Made in Italy che nell’agroalimentare era già in fase avanzata. Nel 2006 la Galbani era entrata in orbita Lactalis, ma lo stesso anno gli spagnoli hanno messo le mani pure sulla Carapelli, dopo aver incamerato anche la Sasso appena dodici mesi prima. Nel 2005 – continua la Coldiretti – la francese Andros aveva acquisito le Fattorie Scaldasole, che in realtà parlavano straniero già dal 1985, con la vendita alla Heinz. Nel 2003 hanno cambiato bandiera anche la birra Peroni, passata all’azienda sudafricana SABMiller,  e Invernizzi, di proprietà dal 1985 della Kraft e ora finita alla Lactalis. Negli anni Novanta erano state Locatelli e San Pellegrino ad entrare nel gruppo Nestlè, anche se poi la prima era stata “girata” alla solita Lactalis (1998). Nel 1995 la Stock, venduta alla tedesca Eckes A.G, è stata acquisita nel 2007 dagli americani della Oaktree Capital Management, che lo scorso anno hanno chiuso lo storico stabilimento di Trieste per trasferire la produzione in Repubblica Ceca. La stessa Nestlè – conclude la Coldiretti – possedeva già dal 1993 il marchio Antica gelateria del Corso e addirittura dal 1988 la Buitoni e la Perugina.

“I grandi gruppi multinazionali che fuggono dall’Italia della chimica e della meccanica investono invece nell’agroalimentare nazionale perché, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all’immagine conquistata con i primati nella sicurezza, nella tipicità e nella qualità” ha affermato il presidente della Coldiretti. “Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero. Un processo – conclude il presidente di Coldiretti -  di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi”.

MARCHI DEL MADE IN ITALY CHE NON C’E’ PIU’

2013

• PERNIGOTTI – la societa Averna, ha siglato un accordo per cedere l’intero capitale dell’azienda piemontese detentrice dello storico marchio dei dolci al  gruppo Toksoz  che ha sede a Istanbul

• CHIANTI CLASSICO (per la prima volta un imprenditore cinese ha acquistato una azienda agricola del Gallo nero)

• RISO SCOTTI (il 25% è stato acquisito dalla società alla multinazionale spagnola Ebro Foods)

2012

• PELATI AR – ANTONINO RUSSO (nasce una nuova società denominata “Princes Industrie Alimentari SrL”, controllata al 51 per cento dalla Princes controllata dalla giapponese Mitsubishi)

• STAR (passata al 75% nelle mani spagnole del Gruppo Agroalimen di Barcellona (Gallina Blanca)

• ESKIGEL (produce gelati in vaschetta per la grande distribuzione – Panorama, Pam, Carrefour, Auchan, Conad, Coop) (ceduta agli inglesi con azioni in pegno d un pool di banche).

2011

• PARMALAT  (acquisita dalla francese Lactalis)

• GANCIA  (acquisita al 70% dall’oligarca russo Rustam Tariko)

• FIORUCCI –SALUMI (acquisita dalla spagnola Campofrio Food Holding S.L.)

• ERIDANIA ITALIA SPA (la società dello zucchero ha ceduto il 49% al gruppo francese Cristalalco Sas)

2010

• BOSCHETTI ALIMENTARE (cessione alla francese Financière Lubersac che detiene il 95%)

• FERRARI GIOVANNI INDUSTRIA CASEARIA SPA  (ceduto il 27% alla francese Bongrain Europe Sas)

2009

• DELVERDE INDUSTRIE ALIMENTARI SPA (la società della pasta è divenuta di proprietà della spagnola Molinos Delplata Sl che fa parte del gruppo argentino Molinos Rio de la Plata)

2008

• BERTOLLI (venduta a Unilever, poi acquisita dal gruppo spagnolo SOS)

• RIGAMONTI SALUMICIO SPA (divenuta di proprietà dei brasiliani attraverso la società olandese Hitaholb International)

• ORZO BIMBO (acquisita da Nutrition&Santè S.A. del gruppo Novartis)

• ITALPIZZA  (ceduta all’inglese  Bakkavor acquisitions limited)

2006

• GALBANI (acquisita dalla francese Lactalis)

• CARAPELLI (acquisita dal gruppo spagnolo SOS)

• SASSO (acquisita dal gruppo spagnolo SOS)

• FATTORIE SCALDASOLE (venduta a Heinz, poi acquisita dalla francese Andros)

2003

• PERONI  (acquisita dall’azienda sudafricana SABMiller)

• INVERNIZZI (acquisita dalla francese Lactalis, dopo che nel 1985 era passata alla Kraft)

1998

• LOCATELLI (venduta a Nestlè, poi acquisita dalla francese Lactalis)

• SAN PELLEGRINO (acquisita dalla svizzera Nestlè)

1995

• STOCK (venduta alla tedesca Eckes A.G., poi acquisita dagli americani della Oaktree Capital Management)

1993

• ANTICA GELATERIA DEL CORSO (acquisita dalla svizzera Nestlè)

1988

• BUITONI  (acquisita dalla svizzera Nestlè)

• PERUGINA (acquisita dalla svizzera Nestlè)

Fonte: Elaborazioni Coldiretti

 

No OGM, firmato il decreto interministeriale.

 

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Roma, 12 Luglio 2013 –

In Italia non ci saranno coltivazioni Ogm, ovvero niente verdura e frutta geneticamente modificata.  Il ministro delle Politiche agricole alimentari Nunzia De Girolamo ha firmato, con i ministri della Salute Beatrice Lorenzin, e dell’Ambiente Andrea Orlando, il decreto interministeriale che vieta in modo esclusivo la coltivazione di mais geneticamente modificato MON810 sul territorio italiano.

 

“Con i Ministri Lorenzin e Orlando avevamo preso un impegno preciso sugli Ogm, considerate anche le posizioni unitarie del Parlamento e delle Regioni. Con il decreto che abbiamo firmato oggi vietiamo la sola coltivazione del mais Mon810 in Italia, colmando un vuoto normativo dovuto alle recenti sentenze della Corte di Giustizia europea. È un provvedimento che tutela la nostra specificità, che salvaguardia l’Italia dall’omologazione. La nostra agricoltura si basa sulla biodiversità, sulla qualità e su queste dobbiamo continuare a puntare, senza avventure che anche dal punto di vista economico non ci vedrebbero competitivi. Il decreto di oggi è solo il primo elemento, quello più urgente, di una serie di ulteriori iniziative, con le quali definiremo un nuovo assetto nella materia della coltivazione di Ogm nel nostro Paese”.

Questo il commento del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Nunzia De Girolamo sulla firma del decreto interministeriale con i Ministri della Salute, Beatrice Lorenzin e dell’Ambiente e della tutela del territorio e del Mare, Andrea Orlando, che vieta in modo esclusivo la coltivazione di mais geneticamente modificato appartenente alla varietà MON810 sul territorio italiano. Il divieto è così in vigore fino all’adozione delle misure previste dal regolamento comunitario 178/2002 e comunque per un periodo di massimo diciotto mesi. Il provvedimento sarà immediatamente notificato alla Commissione europea e agli altri 27 Stati membri dell’Unione europea.

Il divieto di coltivazione del Mais MON810 è motivato dalla preoccupazione sollevata da uno studio del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura, consolidata da un recentissimo approfondimento tecnico scientifico dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che ne evidenzia l’impatto negativo sulla biodiversità, non escludendo rischi su organismi acquatici, peraltro già evidenziati da un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare reso nel dicembre 2011.

Il decreto giunge a conclusione della procedura di emergenza attivata dal nostro Governo nell’aprile 2013, ed è giuridicamente sostenuto anche dal precedente provvedimento di divieto di coltivazione di Organismi geneticamente modificati, fondato su analoghe motivazioni, adottato il 16 marzo 2012 dal Governo francese e tuttora in vigore.
Le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione europea, cui l’Italia si conforma, ribadiscono la legittimità di misure di coesistenza che salvaguardino le colture tradizionali e biologiche, e che dovranno essere adottate dalle Regioni conformemente alla sentenza n. 116 del 2006 della Corte costituzionale, nel quadro di una organica e condivisa disciplina statale che definirà principi comuni al fine di garantire il rispetto della libera concorrenza e della libertà di iniziativa economica, a parità di condizioni sull’intero territorio nazionale.

SOMMARIO Anno 12 – n° 28 15 luglio 2013

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1.1 editoriale

Editoria, tira solo internet

2.1 HO.RE.CA.

2012, saldo negativo: – 7.000

3.1 EXPORT.

Parmigiano, +50% in USA negli ultimi 5 anni

4.2 lattiero

Lattiero, tutte le borse al palo. Settimana di riflessione

5.1 mais dolce               

Prorogati per atri 5 anni i dazi antidumping sul mais dolce dalla Tailandia

7.1 consumi

Anche a tavola cresce il low cost: -3,4% la spesa alimentare nei primi 4 mesi 2013

9.1 crisi

Saldi: Coldiretti, spesa abbigliamento e scarpe al minimo da 15 anni

10.1 Lombardia

In Lombardia stop ampliamento inceneritori

11.1 PAC            

Errani: “con i progetti di filiera anticipata una scelta strategica della nuova Pac.”

 

Editoria, tira solo internet

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di Lamberto Colla —

Agcom, crolla la pubblicità. Investimenti scesi del 19%. L’on line una opportunità non una minaccia.

Parma, 14 Luglio 2013 -

In periodi di crisi, si sa, la prima voce di bilancio che le imprese “tagliano” è relativa alla quota pubblicitaria. In genere i tagli risultano ben superiori alle quote di minori ricavi effetto della crisi. Un modo per fare cassa o per ritardare interventi d’emergenza spesso legati alle risorse umane. Si taglia in attesa di una ripresa dei mercati che ci si auspica imminente e nella speranza che la crisi sia solo un fatto esterno all’azienda. Invece di analizzare l’impresa in tutti i suoi reparti e “riorganizzare” le unità operative e rivedere le strategie a breve e medio periodo si percorre la più semplice strada dei tagli. Tagli che, molto spesso, portano a ulteriori disequilibri nella già precaria situazione aziendale. Risposte emotive per mettere a riparo la coscienza in attesa di tempi migliori.

E’ così che la pubblicità diventa un indicatore di “salute” e al contempo anche un indicatore del “sentiment” aziendale ossia delle aspettative del management. Più sono ampi i tagli e maggiore è l’attesa negativa per il futuro. Tutto ciò innesca un meccanismo che porta, se protratto per lungo periodo, a compromettere la stabilità dell’impresa per la sua costante perdita di competitività.

A risentire maggiormente della crisi dei vari settori industriali, commerciali e dei servizi è ovviamente il comparto editoriale.

L’editoria nel 2012, secondo una nota di ASCA, ha registrato ricavi per 5,3 miliardi di euro con una flessione del 14,1% rispetto all’anno precedente, trascinata dal crollo della pubblicità (-19,1%, da 2,65 miliardi nel 2011 a 2,14 nel 2012). E’ quanto si ricava dalle rilevazioni dell’Agcom il cui presidente, Angelo Marcello Cardani, ha presentato il 9 luglio scorso a Montecitorio in occasione della relazione annuale, che sottolinea la controtendenza dell’online, che non deve essere considerato una ”minaccia” ma un’opportunità. Nel dettaglio i dati indicano un andamento peggiore della stampa periodica (che assorbe il 51,1% del mercato), che lascia sul terreno il 17,3% degli introiti a fronte del meno 10,5% della stampa quotidiana. Tutti i media tradizionali vedono i ricavi in forte calo, ha spiegato Cardani nel suo intervento, sia per l’effetto della crisi che della pubblicità. ”Il valore complessivo del Sistema integrato delle comunicazioni (Sic) tra il 2010 e il 2011 si e’ ridotto ancora di un miliardo di euro, con un decremento del 3,7% – ha detto -. Unici a crescere del 12% i ricavi del media su internet, sebbene rappresentino per ora circa il 4% del Sic. La decrescita investe principalmente l’editoria, i cui ricavi si sono ridotti ancora del 14%. In due anni un miliardo di euro in meno di fatturato solo nella carta stampata, non solo per effetto della contrazione generale della raccolta pubblicitaria, ma anche del cambiamento nella struttura del mercato. Reagire considerando internet solo come una minaccia – ha rilevato Cardani – e non un incentivo al cambiamento non aiuterà il percorso di alcun media”.

In conclusione, anche per il settore editoria, si tratta di cogliere il momento di crisi come una occasione per rivedere le proprie aziende e individuare nuovi obiettivi sula base di nuove strategie e politiche aziendali. Val la pena di ricordare che un assioma della comunicazione recita che “NON SI PUO’ NON COMUNICARE”; in fondo, un vecchio slogan ricordava che la “PUBBLICITA’ E’ L’ANIMA DEL COMMERCIO”.